<?xml version="1.0" encoding="utf-8"?><feed xmlns="http://www.w3.org/2005/Atom" xml:lang="it"><generator uri="https://jekyllrb.com/" version="3.10.0">Jekyll</generator><link href="https://www.giovanniduminuco.it/feed.xml" rel="self" type="application/atom+xml" /><link href="https://www.giovanniduminuco.it/" rel="alternate" type="text/html" hreflang="it" /><updated>2026-09-23T04:54:12+00:00</updated><id>https://www.giovanniduminuco.it/feed.xml</id><title type="html">Giovanni Duminuco, PhD | Ricerca filosofica, pedagogica e progettazione sociale</title><subtitle>Appunti su educazione e intelligenza artificiale, tra filosofia e lavoro sul campo.</subtitle><author><name>Giovanni Duminuco</name></author><entry><title type="html">Abitare o mostrarsi</title><link href="https://www.giovanniduminuco.it/appunti/abitare-o-mostrarsi/" rel="alternate" type="text/html" title="Abitare o mostrarsi" /><published>2026-09-23T00:00:00+00:00</published><updated>2026-09-23T00:00:00+00:00</updated><id>https://www.giovanniduminuco.it/appunti/abitare-o-mostrarsi</id><content type="html" xml:base="https://www.giovanniduminuco.it/appunti/abitare-o-mostrarsi/"><![CDATA[<p>Nel 1938 Heidegger scriveva che l’epoca moderna è quella in cui il mondo diviene immagine: qualcosa che l’uomo si mette davanti, rappresenta e tiene a disposizione.</p>

<p>Oggi è l’osservatore stesso a farsi immagine: si espone, si rappresenta, si rende disponibile. Parole generate prima di essere pensate, voci prese in prestito per dire ciò che non si sa ancora dire.</p>

<p>Forse è anche per questo che si produce tanto e si vive poco.</p>

<p>Mostrarsi in grado di dare voce a una macchina in affitto. Delegare il pensiero in cambio di un prodotto che, nell’immediato, sembra bastare a dire chi siamo.</p>

<hr />
<p>Riferimento: M. Heidegger, “L’epoca dell’immagine del mondo”, in <em>Sentieri interrotti</em></p>]]></content><author><name>Giovanni Duminuco</name></author><summary type="html"><![CDATA[Nel 1938 Heidegger scriveva che l’epoca moderna è quella in cui il mondo diviene immagine: qualcosa che l’uomo si mette davanti, rappresenta e tiene a disposizione.]]></summary></entry><entry><title type="html">Completare la sequenza</title><link href="https://www.giovanniduminuco.it/appunti/completare-la-sequenza/" rel="alternate" type="text/html" title="Completare la sequenza" /><published>2026-06-01T00:00:00+00:00</published><updated>2026-06-01T00:00:00+00:00</updated><id>https://www.giovanniduminuco.it/appunti/completare-la-sequenza</id><content type="html" xml:base="https://www.giovanniduminuco.it/appunti/completare-la-sequenza/"><![CDATA[<p>Di recente Andrej Karpathy, ricercatore tra i più noti nel campo dell’intelligenza artificiale, ha pubblicato un codice di circa duecento righe che implementa da zero un modello linguistico. Nessuna libreria, nessun framework: solo la logica essenziale di come funzionano questi sistemi.</p>

<p>Il principio: il modello impara quali lettere tendono a seguire altre lettere. Niente parole, niente significati. Solo probabilità.</p>

<p>Il risultato è linguaggio, o qualcosa che gli assomiglia abbastanza da ingannare.</p>

<p>Se il linguaggio si riduce a sequenze di probabilità, quanto spesso anche noi parliamo così? Per abitudine, per inerzia, per quello che viene naturalmente dopo nella sequenza.</p>

<p>La differenza è che possiamo fermarci. Cercare la parola giusta, o non dirla. La macchina deve sempre completare.</p>

<hr />
<p>Riferimento: Andrej Karpathy, <em>microGPT</em> — <a href="https://gist.github.com/karpathy/8627fe009c40f57531cb18360106ce95">gist.github.com/karpathy</a></p>]]></content><author><name>Giovanni Duminuco</name></author><summary type="html"><![CDATA[Di recente Andrej Karpathy, ricercatore tra i più noti nel campo dell’intelligenza artificiale, ha pubblicato un codice di circa duecento righe che implementa da zero un modello linguistico. Nessuna libreria, nessun framework: solo la logica essenziale di come funzionano questi sistemi.]]></summary></entry><entry><title type="html">La domanda mai posta</title><link href="https://www.giovanniduminuco.it/appunti/la-domanda-mai-posta/" rel="alternate" type="text/html" title="La domanda mai posta" /><published>2026-05-20T00:00:00+00:00</published><updated>2026-05-20T00:00:00+00:00</updated><id>https://www.giovanniduminuco.it/appunti/la-domanda-mai-posta</id><content type="html" xml:base="https://www.giovanniduminuco.it/appunti/la-domanda-mai-posta/"><![CDATA[<p>Domandare è più difficile che rispondere, scriveva Gadamer. Oggi sembra il contrario.</p>

<p>La domanda è diventata il luogo della fretta, il territorio dell’urgenza. È il tempo della risposta immediata, della soluzione che precede l’elaborazione. Così la domanda diventa ordine, gesto sbrigativo rivolto a macchine che producono risposte prima ancora che il problema sia stato compreso.</p>

<p>Domandare, in senso proprio, è rivolgersi a noi stessi: richiede tempo, elaborazione interiore.</p>

<p>Chi delega la domanda, delega se stesso.
Il problema non è la risposta sbagliata. È la domanda mai posta.</p>

<hr />
<p>Riferimento: H.G. Gadamer, <a href="https://www.bompiani.it/catalogo/verita-e-metodo-testo-tedesco-a-fronte-9788845290749">Verità e Metodo</a> — Bompiani, testo tedesco a fronte</p>]]></content><author><name>Giovanni Duminuco</name></author><summary type="html"><![CDATA[Domandare è più difficile che rispondere, scriveva Gadamer. Oggi sembra il contrario.]]></summary></entry><entry><title type="html">Predire non è attraversare</title><link href="https://www.giovanniduminuco.it/appunti/predire-non-attraversare/" rel="alternate" type="text/html" title="Predire non è attraversare" /><published>2026-05-16T00:00:00+00:00</published><updated>2026-05-16T00:00:00+00:00</updated><id>https://www.giovanniduminuco.it/appunti/predire-non-attraversare</id><content type="html" xml:base="https://www.giovanniduminuco.it/appunti/predire-non-attraversare/"><![CDATA[<p>Viviamo una tentazione precisa nell’usare l’intelligenza artificiale: pensare che la competenza possa essere esternalizzata. Che basti un prompt buono per sostituire vent’anni di campo.</p>

<p>Un modello linguistico predice, con una sofisticazione che disorienta. Ma predire non è attraversare.</p>

<p>Il problema oggi è l’illusione che lo strumento basti.</p>

<p>Chi conosce davvero un contesto, una relazione, una storia, non diventa meno necessario perché esiste un modello addestrato su miliardi di testi. Diventa più necessario. Perché il modello non sa quello che non sa.</p>]]></content><author><name>Giovanni Duminuco</name></author><summary type="html"><![CDATA[Viviamo una tentazione precisa nell’usare l’intelligenza artificiale: pensare che la competenza possa essere esternalizzata. Che basti un prompt buono per sostituire vent’anni di campo.]]></summary></entry><entry><title type="html">L’illusione dell’autonomia: la lezione dell’1,6%</title><link href="https://www.giovanniduminuco.it/appunti/illusione-autonomia-lezione-uno-virgola-sei/" rel="alternate" type="text/html" title="L’illusione dell’autonomia: la lezione dell’1,6%" /><published>2026-04-28T00:00:00+00:00</published><updated>2026-04-28T00:00:00+00:00</updated><id>https://www.giovanniduminuco.it/appunti/illusione-autonomia-lezione-uno-virgola-sei</id><content type="html" xml:base="https://www.giovanniduminuco.it/appunti/illusione-autonomia-lezione-uno-virgola-sei/"><![CDATA[<p>Di recente è emerso un dato dall’analisi di Claude Code, uno degli agenti di intelligenza artificiale più avanzati: appena l’1,6% del suo codice riguarda la logica decisionale, mentre tutto il resto (il 98,4%) serve a far funzionare il sistema in modo sicuro e affidabile.</p>

<p>Si tratta di gestione dei limiti, protocolli di sicurezza, filtri di contesto e meccanismi di controllo.</p>

<p>L’autonomia non è mai isolata o astratta: quel piccolo margine di libertà decisionale può esistere solo perché sostenuto da una struttura fatta di vincoli, regole e mediazioni.</p>

<p>È lo stesso paradosso che attraversa ogni atto educativo: non si educa eliminando i limiti, ma rendendoli abitabili. L’autonomia nasce all’interno di una cornice, non fuori da essa.</p>

<p>Spesso tendiamo a ignorare questo “98% invisibile”: il contesto, la responsabilità etica, la cornice istituzionale. È lì che si regge tutto.</p>

<p>L’autonomia è la possibilità di muoversi dentro una struttura così solida da diventare quasi invisibile.</p>

<p>Senza il limite, l’intelligenza si disperde.</p>

<hr />
<p>Riferimento: <em>Dive into Claude Code</em>— <a href="https://github.com/VILA-Lab/Dive-into-Claude-Code">github.com/VILA-Lab/Dive-into-Claude-Code</a></p>]]></content><author><name>Giovanni Duminuco</name></author><summary type="html"><![CDATA[Di recente è emerso un dato dall’analisi di Claude Code, uno degli agenti di intelligenza artificiale più avanzati: appena l’1,6% del suo codice riguarda la logica decisionale, mentre tutto il resto (il 98,4%) serve a far funzionare il sistema in modo sicuro e affidabile.]]></summary></entry><entry><title type="html">L’invisibile non si rendiconta</title><link href="https://www.giovanniduminuco.it/appunti/l-invisibile-non-si-rendiconta/" rel="alternate" type="text/html" title="L’invisibile non si rendiconta" /><published>2026-04-13T00:00:00+00:00</published><updated>2026-04-13T00:00:00+00:00</updated><id>https://www.giovanniduminuco.it/appunti/l-invisibile-non-si-rendiconta</id><content type="html" xml:base="https://www.giovanniduminuco.it/appunti/l-invisibile-non-si-rendiconta/"><![CDATA[<p>Nella progettazione sociale, la valutazione d’impatto è diventata uno degli elementi centrali di qualsiasi intervento. Misurare cosa produce un progetto, per chi e in che misura, è una pretesa legittima e spesso necessaria per rendicontare risorse pubbliche, giustificare scelte, orientare interventi futuri.</p>

<p>Ma la valutazione d’impatto ha una domanda implicita che raramente viene messa a fuoco: chi stiamo misurando, esattamente?</p>

<p>Le risposte correnti sono precise e in fondo rassicuranti. Dati necessari, utili, rendicontabili. Ma costruiti su un presupposto che da esaminare: che la persona sia riducibile alla somma delle sue funzioni osservabili.</p>

<p>Chi lavora in contesti educativi sa che il cambiamento reale segue tutt’altra logica. Procede per salti imprevedibili, attraversa fasi che dall’esterno sembrano regressioni, si manifesta prima nella qualità delle relazioni che nei comportamenti misurabili.</p>

<p>Chiedere se la persona abbia raggiunto l’obiettivo è legittimo, ma parziale. Dice qualcosa sul comportamento osservabile; nulla su ciò che si è mosso dentro.</p>]]></content><author><name>Giovanni Duminuco</name></author><summary type="html"><![CDATA[Nella progettazione sociale, la valutazione d’impatto è diventata uno degli elementi centrali di qualsiasi intervento. Misurare cosa produce un progetto, per chi e in che misura, è una pretesa legittima e spesso necessaria per rendicontare risorse pubbliche, giustificare scelte, orientare interventi futuri.]]></summary></entry><entry><title type="html">Educazione come attesa</title><link href="https://www.giovanniduminuco.it/appunti/educazione-come-attesa/" rel="alternate" type="text/html" title="Educazione come attesa" /><published>2026-03-14T00:00:00+00:00</published><updated>2026-03-14T00:00:00+00:00</updated><id>https://www.giovanniduminuco.it/appunti/educazione-come-attesa</id><content type="html" xml:base="https://www.giovanniduminuco.it/appunti/educazione-come-attesa/"><![CDATA[<p>La razionalità aziendale ha colonizzato i contesti educativi così in profondità che il soggetto che apprende è diventato variabile dipendente di un protocollo che lo precede, e il cambiamento che non si misura è, per definizione, un cambiamento che non esiste.</p>

<p>Il risultato è una <em>pedagogia della prestazione</em>: un sistema che esige competenze osservabili e tempi piegati alla tabella di marcia.</p>

<p>Ma il cambiamento reale è discontinuo, spesso regressivo in superficie mentre avanza in profondità. Essere educatori significa portare questa disposizione in un incontro asimmetrico.</p>

<p>Non si tratta di applicare un protocollo, ma di abitare una relazione, consapevoli che il futuro dell’altro sfugge a qualsiasi anticipazione.</p>]]></content><author><name>Giovanni Duminuco</name></author><summary type="html"><![CDATA[La razionalità aziendale ha colonizzato i contesti educativi così in profondità che il soggetto che apprende è diventato variabile dipendente di un protocollo che lo precede, e il cambiamento che non si misura è, per definizione, un cambiamento che non esiste.]]></summary></entry><entry><title type="html">La crisi del noto: l’atto educativo come discontinuità</title><link href="https://www.giovanniduminuco.it/appunti/la-crisi-del-noto/" rel="alternate" type="text/html" title="La crisi del noto: l’atto educativo come discontinuità" /><published>2026-02-18T00:00:00+00:00</published><updated>2026-02-18T00:00:00+00:00</updated><id>https://www.giovanniduminuco.it/appunti/la-crisi-del-noto</id><content type="html" xml:base="https://www.giovanniduminuco.it/appunti/la-crisi-del-noto/"><![CDATA[<p>C’è un momento, nell’educazione, che nessun protocollo è in grado di prevedere. 
È il momento in cui qualcosa si rompe: la rottura di un equilibrio, forse di un’immagine del mondo, del <em>già noto</em> del proprio esistere.
In quell’istante l’atto educativo ha inizio, dove l’equilibrio vacilla e accade qualcosa in grado di generare cambiamento.
L’atto educativo, nella sua forma più propria, produce discontinuità.</p>]]></content><author><name>Giovanni Duminuco</name></author><summary type="html"><![CDATA[C’è un momento, nell’educazione, che nessun protocollo è in grado di prevedere. È il momento in cui qualcosa si rompe: la rottura di un equilibrio, forse di un’immagine del mondo, del già noto del proprio esistere. In quell’istante l’atto educativo ha inizio, dove l’equilibrio vacilla e accade qualcosa in grado di generare cambiamento. L’atto educativo, nella sua forma più propria, produce discontinuità.]]></summary></entry></feed>